Faccio una premessa a quello che dirò perché è abbastanza forte: oggi non ho lavorato, sono uscita di mattina a fare delle commissioni e ho passato il pomeriggio a leggere il mio libro, guardare la puntata di ieri di Report perché parlava della gestione dei beni culturali in Italia e fra un po' andrò in palestra. Spero che gli altri colleghi a cui mi rivolgo non abbiano avuto una giornata come la mia, ma che per loro sia stata produttiva.
Facendomi gli affari degli altri su Facebook mi sono imbattuta oggi su qualche post in cui si descrivevano delle "trattative" tra un cliente e una collega interprete. La cliente evidentemente non sapeva assolutamente niente del lavoro dell'interprete, di quanto sia difficile il lavoro da svolgere e di tutti gli sforzi necessari 1) per la formazione del professionista, 2) per la preparazione all'evento di interpretazione che questi deve svogliere e 3) per sostenere l'evento interpretativo (in soldoni, ascoltare e parlare contemporaneamente in due lingue diverse) che a dire la verità è una gran bella fatica.
Ok i clienti tutto questo non lo sanno e spesso pensano che uno che conosce una lingua straniera sia in grado di fare il lavoro dell'interprete, ignorando completamente il problema del passaggio da una lingua all'altra. Ma vedere che un cliente si accerti della qualità del professionista, mi sembra solamente un buon segno, visto che tutti si buttano in questa professione fornendo poi dei servizi scadenti a gente che non vuole pagare il dovuto a un esperto vero e proprio. Se questo cliente poi usa una forma italiana colloquiale per cui la seconda R di interprete si allontana dalla prima trasformando la parola in interpetre per facilitare la pronuncia non mi sembra poi così tanto orribile o ridicolo.
Il nostro è un mondo poco conosciuto purtroppo, la nostra professione come ho detto è per lo più ignorata, ma ignorare anche che nella lingua parlata ci sia questa "deformazione" e per di più riderne, mi sembra assurdo. Soprattutto non mi sembra che sia il modo giusto per riuscire a convincere gli altri dell'importanza dei nostri servizi, di quanto sia difficile e faticoso il nostro lavoro che solo in pochi sono in grado di fare.
Con questo, cara collega, ti voglio bene e ti stimo molto come professionista. Solo non sono d'accordo sulla tua "uscita" di oggi.
Inserisco qualche voce del dizionario. Così impariamo tutti qualcosa oggi...
Dal Treccani: Interprete
Dal De Agostini: Interprete
Visualizzazione post con etichetta lingua. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lingua. Mostra tutti i post
lunedì 5 dicembre 2011
venerdì 11 novembre 2011
P. p e p. r.
Potranno sembrare sigle strane quelle lettere puntate che formano il titolo di questo intervento, quindi le spiegherò subito. Prima però voglio commentare sull'abitudine di abbreviare tutto e di codificare le abbreviazioni. Abitudine che ci hanno inculcato durante la laurea specialistica, specialmente durante le lezioni di interpretazione consecutiva. Non si trattava solo di abbreviazioni, ma anche e soprattutto di simboli che codificavano concetti ricorrenti in un discorso. Parole tipo: molto, poco, soddisfatto, insoddisfatto etc. avevano un simbolo. Parole che terminavano con suffissi come -tà, -mento, -ismo etc. avevano un codice per ogni suffisso. Anche la differenza tra nome, aggettivo e avverbio era codificata quindi una volta scritto il concetto bastava segnare di quale parte del discorso si trattava. O mamma mia che nostalgia della consecutiva... Era un crostino (come si dice a Siena per una cosa che non è per niente facile da fare o una persona con cui è difficile rapportarsi), ma mi piaceva, mi dava soddisfazione riuscire a tirare fuori un discorso da degli appunti che nessun altro, tranne me, sarebbe riuscito a decifrare.
Le scelte della vita però ti portano molto lontano e guardandoti indietro vedi quanta strada hai fatto e che ciò che ti hanno insegnato 6 o 7 anni fa è ancora dentro di te, come dentro di me è rimasta la fissa di abbreviare e codificare negli appunti. Ad esempio durante il corso per diventare guida turistica a Siena ero quella con gli appunti più dettagliati (che però non potevo prestare a nessuno) per cui Francesco di Giorgio Martini era FDG, lo Spedale Santa Maria della Scala era SMS e così via.
Dopo questa premessa per spiegare perché ho scritto questo titolo, passo a spiegare cosa significa. P. p. sta per Passato Prossimo, mentre P. R. sta per Passato Remoto.
Una disquisizione lunga e difficile quella dell'uso di questi due tempi verbali in italiano ma da toscana e senese quale sono non posso negare il mio affetto quasi famigliare nei confronti del passato remoto. Come forse succederà a tutti, parlare come si parla a casa con i genitori e fuori con gli amici è il modo migliore per esprimere se stessi e i propri sentimenti. Quindi, nel mio caso, anche usare il passato remoto è qualcosa di essenziale per far capire agli altri le cose che vivo.
Non in tutta Italia è così, anzi, sento persone dire "Nel 1986 ho iniziato ad andare a scuola". E nella mia mente la domanda che ne segue è "Ma non l'hai ancora finita?". Perché invece a Siena, il passato remoto si usa per descrivere cose finite ma che possono non essere così tanto lontane, ad es. "La settimana scorsa andai al mercato a comprare la frutta".
Il problema dell'abbandono del passato prossimo nella lingua parlata è un fatto ormai reale che, benché mi dia un po' fastidio, devo accettarlo così com'è, in quanto parte della cultura linguistica della maggior parte degli italiani.
Quello invece che non riesco ad accettare, è l'uso del solo passato prossimo nello scritto. Dato che il linguaggio scritto è un'abilità che si apprende a scuola e dovrebbe essere quindi slegata dalle abitudini linguistiche locali. In altre parole l'italiano più diffuso, l'italiano che tutti parlano, è quello scritto. Purtroppo però non è così. In questo momento, sto leggendo un romanzo di Fabio Volo. Un romanzo molto bello e che ha avuto molto successo, ma che per me ha una gravissima mancanza: il passato remoto appunto.
Il passato remoto serve a dare profondità a quello che si racconta. Se raccontando una storia usi solo il passato prossimo tutto si appiattisce e non c'è più differenza tra gli eventi d'infanzia, adolescenza e gli eventi più recenti. Il passato remoto va più a fondo, è più lontano dal presente rispetto al passato prossimo e se ne distacca proprio perché gli eventi sono terminati.
Questa assenza del passato remoto nel linguaggio scritto mi destabilizza e disorienta. Non mi sembra, infatti, possibile che un uomo adulto dica "Il primo giorno della prima prima elementare ho avuto paura di non essere all'altezza" (una frase inventata sul momento). Nel linguaggio parlato lo posso capire, ma in quello scritto proprio no.
Forse tra traduzioni, lezioni di italiano a stranieri e d'inglese a italiani mi sono fissata troppo sull'uso dei tempi verbali del passato. Però forse una maggiore sensibilità non è sempre poi così male...
Le scelte della vita però ti portano molto lontano e guardandoti indietro vedi quanta strada hai fatto e che ciò che ti hanno insegnato 6 o 7 anni fa è ancora dentro di te, come dentro di me è rimasta la fissa di abbreviare e codificare negli appunti. Ad esempio durante il corso per diventare guida turistica a Siena ero quella con gli appunti più dettagliati (che però non potevo prestare a nessuno) per cui Francesco di Giorgio Martini era FDG, lo Spedale Santa Maria della Scala era SMS e così via.
Dopo questa premessa per spiegare perché ho scritto questo titolo, passo a spiegare cosa significa. P. p. sta per Passato Prossimo, mentre P. R. sta per Passato Remoto.
Una disquisizione lunga e difficile quella dell'uso di questi due tempi verbali in italiano ma da toscana e senese quale sono non posso negare il mio affetto quasi famigliare nei confronti del passato remoto. Come forse succederà a tutti, parlare come si parla a casa con i genitori e fuori con gli amici è il modo migliore per esprimere se stessi e i propri sentimenti. Quindi, nel mio caso, anche usare il passato remoto è qualcosa di essenziale per far capire agli altri le cose che vivo.
Non in tutta Italia è così, anzi, sento persone dire "Nel 1986 ho iniziato ad andare a scuola". E nella mia mente la domanda che ne segue è "Ma non l'hai ancora finita?". Perché invece a Siena, il passato remoto si usa per descrivere cose finite ma che possono non essere così tanto lontane, ad es. "La settimana scorsa andai al mercato a comprare la frutta".
Il problema dell'abbandono del passato prossimo nella lingua parlata è un fatto ormai reale che, benché mi dia un po' fastidio, devo accettarlo così com'è, in quanto parte della cultura linguistica della maggior parte degli italiani.
Quello invece che non riesco ad accettare, è l'uso del solo passato prossimo nello scritto. Dato che il linguaggio scritto è un'abilità che si apprende a scuola e dovrebbe essere quindi slegata dalle abitudini linguistiche locali. In altre parole l'italiano più diffuso, l'italiano che tutti parlano, è quello scritto. Purtroppo però non è così. In questo momento, sto leggendo un romanzo di Fabio Volo. Un romanzo molto bello e che ha avuto molto successo, ma che per me ha una gravissima mancanza: il passato remoto appunto.
Il passato remoto serve a dare profondità a quello che si racconta. Se raccontando una storia usi solo il passato prossimo tutto si appiattisce e non c'è più differenza tra gli eventi d'infanzia, adolescenza e gli eventi più recenti. Il passato remoto va più a fondo, è più lontano dal presente rispetto al passato prossimo e se ne distacca proprio perché gli eventi sono terminati.
Questa assenza del passato remoto nel linguaggio scritto mi destabilizza e disorienta. Non mi sembra, infatti, possibile che un uomo adulto dica "Il primo giorno della prima prima elementare ho avuto paura di non essere all'altezza" (una frase inventata sul momento). Nel linguaggio parlato lo posso capire, ma in quello scritto proprio no.
Forse tra traduzioni, lezioni di italiano a stranieri e d'inglese a italiani mi sono fissata troppo sull'uso dei tempi verbali del passato. Però forse una maggiore sensibilità non è sempre poi così male...
Ubicazione:
53100 Siena SI, Italia
Iscriviti a:
Post (Atom)
