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venerdì 11 novembre 2011

P. p e p. r.

Potranno sembrare sigle strane quelle lettere puntate che formano il titolo di questo intervento, quindi le spiegherò subito. Prima però voglio commentare sull'abitudine di abbreviare tutto e di codificare le abbreviazioni. Abitudine che ci hanno inculcato durante la laurea specialistica, specialmente durante le lezioni di interpretazione consecutiva. Non si trattava solo di abbreviazioni, ma anche e soprattutto di simboli che codificavano concetti ricorrenti in un discorso. Parole tipo: molto, poco, soddisfatto, insoddisfatto etc. avevano un simbolo. Parole che terminavano con suffissi come -tà, -mento, -ismo etc. avevano un codice per ogni suffisso. Anche la differenza tra nome, aggettivo e avverbio era codificata quindi una volta scritto il concetto bastava segnare di quale parte del discorso si trattava. O mamma mia che nostalgia della consecutiva... Era un crostino (come si dice a Siena per una cosa che non è per niente facile da fare o una persona con cui è difficile rapportarsi), ma mi piaceva, mi dava soddisfazione riuscire a tirare fuori un discorso da degli appunti che nessun altro, tranne me, sarebbe riuscito a decifrare.

Le scelte della vita però ti portano molto lontano e guardandoti indietro vedi quanta strada hai fatto e che ciò che ti hanno insegnato 6 o 7 anni fa è ancora dentro di te, come dentro di me è rimasta la fissa di abbreviare e codificare negli appunti. Ad esempio durante il corso per diventare guida turistica a Siena ero quella con gli appunti più dettagliati (che però non potevo prestare a nessuno) per cui Francesco di Giorgio Martini era FDG, lo Spedale Santa Maria della Scala era SMS e così via.

Dopo questa premessa per spiegare perché ho scritto questo titolo, passo a spiegare cosa significa. P. p. sta per Passato Prossimo, mentre P. R. sta per Passato Remoto.

Una disquisizione lunga e difficile quella dell'uso di questi due tempi verbali in italiano ma da toscana e senese quale sono non posso negare il mio affetto quasi famigliare nei confronti del passato remoto. Come forse succederà a tutti, parlare come si parla a casa con i genitori e fuori con gli amici è il modo migliore per esprimere se stessi e i propri sentimenti. Quindi, nel mio caso, anche usare il passato remoto è qualcosa di essenziale per far capire agli altri le cose che vivo.

Non in tutta Italia è così, anzi, sento persone dire "Nel 1986 ho iniziato ad andare a scuola". E nella mia mente la domanda che ne segue è "Ma non l'hai ancora finita?". Perché invece a Siena, il passato remoto si usa per descrivere cose finite ma che possono non essere così tanto lontane, ad es. "La settimana scorsa andai al mercato a comprare la frutta".

Il problema dell'abbandono del passato prossimo nella lingua parlata è un fatto ormai reale che, benché mi dia un po' fastidio, devo accettarlo così com'è, in quanto parte della cultura linguistica della maggior parte degli italiani.

Quello invece che non riesco ad accettare, è l'uso del solo passato prossimo nello scritto. Dato che il linguaggio scritto è un'abilità che si apprende a scuola e dovrebbe essere quindi slegata dalle abitudini linguistiche locali. In altre parole l'italiano più diffuso, l'italiano che tutti parlano, è quello scritto. Purtroppo però non è così. In questo momento, sto leggendo un romanzo di Fabio Volo. Un romanzo molto bello e che ha avuto molto successo, ma che per me ha una gravissima mancanza: il passato remoto appunto.

Il passato remoto serve a dare profondità a quello che si racconta. Se raccontando una storia usi solo il passato prossimo tutto si appiattisce e non c'è più differenza tra gli eventi d'infanzia, adolescenza e gli eventi più recenti. Il passato remoto va più a fondo, è più lontano dal presente rispetto al passato prossimo e se ne distacca proprio perché gli eventi sono terminati.

Questa assenza del passato remoto nel linguaggio scritto mi destabilizza e disorienta. Non mi sembra, infatti, possibile che un uomo adulto dica "Il primo giorno della prima prima elementare ho avuto paura di non essere all'altezza" (una frase inventata sul momento). Nel linguaggio parlato lo posso capire, ma in quello scritto proprio no.

Forse tra traduzioni, lezioni di italiano a stranieri e d'inglese a italiani mi sono fissata troppo sull'uso dei tempi verbali del passato. Però forse una maggiore sensibilità non è sempre poi così male...

domenica 16 ottobre 2011

Piccoli cedimenti nelle convinzioni

Copio da un mio status su FaceBook:

"In seguito agli ultimi misfatti, sto perdendo quella convinzione che mi ha portato a decidere di rimanere a vivere in Italia e a prendere tutte quelle decisioni che dal 2006 in poi ho preso e che mi hanno portato a essere dove sono".


È una sensazione strana e che non avevo mai avuto. Da quando ho cominciato a dover pensare a che cosa volevo fare della mia vita (e per fortuna è successo abbastanza presto, a 24/25 anni), ho sempre pensato, anzi sentito, di voler rimanere in Italia e di volermi "fermare" in questo posto dopo anni di viaggi ed esperienze all'estero. Ho visto tantissime persone continuare in questo peregrinare, lasciando il Paese per questioni politiche e/o economiche dicendo che l'Italia era un Paese di m...a. Motivavano la loro partenza con questioni politiche e, di conseguenza economiche, che si andavano comunque ad aggiungere a una loro voglia di partire.

A queste persone io rispondevo dicendo che nella vita non c'è solo la politica e che in Italia ci si vive bene a prescindere. Perché si comprano pomodori che sanno di pomodori, olio che sa di olio ecc... Perché, non si può negare, il clima influisce sulla felicità... Perché gli affetti che ti stanno intorno vanno comunque coltivati e abbandonandoli perdi anche un pezzetto di te stesso... Perché per un po' di anni ho rivestito i panni di chi accoglie chi lascia il proprio Paese invece di chi viene accolto... Perché ci vuole coraggio anche nel rimanere, nel far parte di quel numero di persone che si possono descrivere come "buoni cittadini", senza scappar via...

Ora sono qui, con una casa che anche se non è mia ufficialmente, lo è praticamente, con un lavoro che mi radica fortemente a questa città e non solo a questo Paese. Le scelte le ho fatte e le motivazioni sono quelle di cui ho appena parlato.

Ma quello che è successo ieri, dopo che finalmente c'era qualcuno che si organizzava per dire basta, per unirsi a quello che faceva il resto del mondo, mi ha veramente messo di malumore. Comincio a capire chi ha scelto di andare via. Non so se lo farei se ne avessi la possibilità, ma per lo meno lo capisco.

Soprattutto penso che non sia giusto che, oltre tutto, si debba anche essere di malumore. Eppure è così, sono arrabbiata, ma anche senza speranza. Speriamo che venga fuori presto qualcuno che dia speranza a me, ma credo anche a tante altre persone che come me non possono non rimanere incredule e arrabbiate per quello che è successo negli ultimi tempi, quello che è successo ieri e le risposte che tutti quelli che parlano a un microfono hanno dato.